Ormai possiamo dirlo.
Liberare le riserve di petrolio non è servito a placare i mercati. Almeno finora.
La quotazione del greggio si attesta ancora intorno ai 100 dollari al barile, un livello ancora molto alto ma che resta comunque lontano dai 200 dollari paventati dal regime iraniano.
La mossa dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) che l’altro ieri ha dato il via libera al più grande sblocco di riserve petrolifere della sua storia (400 milioni di barili) non ha sortito effetti sugli scambi anche se, come si apprende da today, fanno notare gli esperti, uno dei motivi è che si attendono dettagli su come e da chi verranno rilasciate.
E intanto il prezzo del diesel (in modalità self) raggiunge i 2.046 euro al litro secondo la media semplice calcolata sulla base dei prezzi comunicati al Mimit, mentre la benzina si attesta a 1.827 euro.
La contromisura dell’Iea “è francamente è un buco nell’acqua” dice all’Adnkronos Francesco Sassi, professore in geopolitica dell’energia all’Università di Oslo, sottolineando che anziché abbassarsi il prezzo del greggio è salito per due giorni consecutivi.
“Se il conflitto dovesse terminare tra pochi giorni” dice Sassi, allora, la mossa dell’Iea “sicuramente avrebbe un impatto. Ma se dovesse continuare la chiusura di Hormuz, o comunque un rallentamento dei flussi in maniera consistente per settimane o mesi, è purtroppo inutile”.
Secondo l’esperto la minaccia di Teheran è “sicuramente più credibile delle affermazioni della Commissione europea” col risultato che “l’Europa non rischia ripercussioni sull’approvvigionamento di petrolio nel breve periodo”.
Anche per Simone Tagliapietra, professore di Politiche Europee per l’Energia e il Clima alla School of Transnational Governance dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze, se Hormuz non riapre lo shock sarà garantito.
“Fare previsioni sull’andamento del prezzo del petrolio è “impossibile”, dice, perché ci troviamo “in uno scenario totalmente inesplorato. Sappiamo che nel passato il petrolio è arrivato, nei picchi dei momenti di crisi, a toccare quasi i 150 dollari al barile.
In una situazione come questa, in cui la guerra è prolungata e la chiusura dello stretto di Hormuz di fatto è prolungata nel tempo, ci si arriva tranquillamente, a quel livello”.
Intanto il ministero dell’Ambiente italiano (Mase) ha fatto sapere che l’Italia parteciperà al rilascio coordinato di una quota delle proprie riserve petrolifere di emergenza.
Il quantitativo previsto per il nostro Paese è pari a 9 milioni e 966mila barili, corrispondenti a circa il 2,5% del totale dei barili messi a disposizione complessivamente dai Paesi Iea per fronteggiare l’attuale emergenza petrolifera. In termini di prodotti effettivamente rilasciati, un volume simile equivale a circa 1 milione e 605 mila tonnellate di petrolio equivalente (tep).
Ad oggi, le scorte petrolifere di sicurezza dell’Italia – fa sapere il Mase – ammontano complessivamente a 11.903.843 tep, pari esattamente a 90 giorni di importazioni nette di prodotti petroliferi, in linea con gli obblighi previsti dalla normativa dell’Unione europea.
Più in particolare, le scorte sono detenute dalle industrie petrolifere per l’equivalente di 67 giorni di importazioni nette, e dall’Organismo centrale di stoccaggio italiano (Ocsit) per l’equivalente di 23 giorni.
Il rilascio programmato nelle prossime settimane rappresenta circa il 13,5% del totale delle scorte di sicurezza del Paese.

































