Vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa: “Il lavoro non sia una variabile accidentale, ma la priorità”. Il messaggio

In occasione del Primo Maggio, il vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa, Mons. Ciro Fanelli, lancia un forte appello a istituzioni e imprese affinché il lavoro torni al centro delle scelte sociali, politiche ed economiche, come fondamento del bene comune e strumento di pace.

Nel messaggio rivolto ai lavoratori del Vulture-Melfese, il presule evidenzia la “contraddizione dolorosa” vissuta dal territorio, dove all’importanza del lavoro si affianca una crescente incertezza, in particolare nell’area industriale di San Nicola di Melfi.

Il lavoro, sottolinea, è elemento essenziale per costruire relazioni, sostenere le famiglie e tenere unite le comunità; al contrario, precarietà e fragilità generano divisioni, impoverimento e paura. Mons. Ciro Fanelli richiama anche il contesto globale segnato da guerre e logiche economiche orientate al profitto immediato, che rischiano di incidere negativamente anche sulle realtà locali.

Da qui l’invito a superare una “cultura dello scarto” e a investire in un’economia capace di visione e progettualità.

Queste le sue parole:

“Carissimi lavoratori e lavoratrici del Vulture-Melfese,in questo Primo Maggio, mentre la Chiesa italiana ci richiama a riscoprire il legame profondo che sussiste tra futuro, lavoro e pace, la nostra terra del vulture vive una contraddizione dolorosa: proprio dove il lavoro dovrebbe generare futuro per le famiglie, cresce invece l’incertezza sul mondo del lavoro in generale e in particolare sull’area industriale di San Nicola di Melfi.

Il lavoro, in ogni epoca della storia dell’umanità, è il segno concreto di una società che è protesa verso il bene comune e che edifica efficacemente la pace nella sua accezione più larga: crea relazioni, sostiene le famiglie, tiene unita la comunità.

Ma quando il lavoro viene reso fragile, precario o sacrificato, produce purtroppo l’effetto opposto: impoverimento, divisioni, conflitti e paura.E’ un tempo di grande crisi che stanno vivendo le nostre comunità e le nostre famiglie: sociale, valoriale e culturale. Non possiamo ignorare il contesto più ampio in cui questa crisi si inserisce.

In un mondo segnato da guerre, riarmo e scelte economiche orientate al solo profitto immediato e senza regole, sociali e morali, anche il lavoro rischia di essere piegato a logiche che non costruiscono, ma consumano persone e territori.

Questa logica entra anche nelle nostre piccole e medie realtà locali, ogni qual volta il destino dei lavoratori viene subordinato a interessi lontani e impersonali, di puro profitto e di logiche di potere.

Per questo, con chiarezza, sento di rivolgere un appello che parte dal cuore del Vangelo e dall’amore per la nostra gente: il lavoro non sia trattato come una variabile accidentale, ma diventi la priorità delle scelte sociali, politiche ed economiche per essere il fondamento di ogni bene comune.

Le istituzioni e le imprese scelgano strade che promuovano la dignità delle persone, e non assecondino la cultura dello scarto, che è non solo sterile ma è anche autodistruttiva.

Si investa invece in un’economia capace di progettualità e visione, che sappia moltiplicare l’avvio di processi virtuosi, che non si chiuda in decisioni che producono solo vantaggi immediati lasciando dietro di sé vuoti sociali.

La crisi del mondo del lavoro non è solo un problema industriale: è anche una questione di giustizia e di pace.

Dove il lavoro manca o si indebolisce, cresce una tensione silenziosa che mina la convivenza e spegne la speranza, soprattutto nei giovani.

Ai giovani voglio dire con forza: non siete destinati ad andar via, perché qui non c’è niente!

Questa terra deve poter essere il vostro futuro.

E a tutta la comunità chiedo una responsabilità condivisa: educare oggi alla pace significa anche difendere e promuovere il lavoro libero, generativo e dignitoso.

Come Chiesa locale, non possiamo accettare che le logiche finanziarie e le scelte economiche creino una immorale separazione nella vita reale delle persone.

Saremo accanto a voi, con la forza del Vangelo, perché il lavoro torni ad essere ciò che è chiamato ad essere: costruzione di pace, segno di giustizia, espressione di una società che non esclude ma che cresce nella costruzione di un futuro migliore per tutti.In questo giorno dalla nostra terra salga una richiesta chiara e coraggiosa: il lavoro sia custodito, difeso e rinnovato come bene di tutti.

Con affetto evangelico, insieme alla comunità ecclesiale, vi accompagno e vi saluto”.