Giovanni Amendola – lo stesso nome e cognome del nonno, presidente del Comitato nazionale per le celebrazioni della morte (causata da violenta aggressione degli squadristi) del capo dell’ultima opposizione parlamentare a Mussolini – ha marciato domenica 25 aprile in prima fila per le vie e le piazze di Melfi, accanto al Sindaco Giuseppe Maglione, al presidente della Fondazione Nitti Stefano Rolando, alla presidente dell’Anpi territoriale Anna Martino e al direttore della melfitana Associazione Nitti Gianluca Tartaglia, per rendere omaggio ai grandi nomi che costellano il rapporto scolpito nelle pietre e nei monumenti, degli antifascisti italiani e la città delle Costituzioni di Federico II, ma anche la città natale di Nitti e la città di tanti confinati dal regime (tra cui Eugenio Colorni e Manlio Rossi Doria).
Ha svolto poi la sua relazione introduttiva al convegno promosso nel pomeriggio al Centro culturale Nitti per raccontare nel dettaglio l’aggressione dello squadrismo fascista toscano, il disperato tentativo dei medici di salvargli la vita (a Parigi si prodigò anche Federico Nitti, figlio di Francesco Saverio, anche lui esule e ricercatore dell’Institut Pasteur, che aveva avuto nelle braccia morente anche Piero Gobetti) e per raccontare la tessitura di un’opposizione che Amendola guidò fino a svolgere la sfida dell’Aventino, ritirando l’opposizione dai banchi di Montecitorio nella speranza – poi delusa – che, soprattutto dopo l’omicidio riconosciuto da Mussolini di Giacomo Matteotti, ritirasse l’incarico al primo ministro così come suo padre il re Umberto I° aveva fatto ai primi del ‘900 con il presidente Pelloux dopo le proteste e, appunto, lo stesso ritiro dei parlamentari di opposizione per la strage di popolo a Milano compiuta dai soldati regi del generale Bava Beccaris.
Una storia complessa in cui centrale era stata l’evoluzione politica e istituzionale di Amendola eletto nel 1919 tra i liberali a Salerno e legato politicamente a Francesco Saverio Nitti di cui fu sottosegretario alle Finanze prima di diventare ministro del governo Facta.
Un rapporto di reciproca fiducia e amicizia, continuato tra i figli, che durante il convegno a Melfi ha visto produrre documenti inediti e importanti testimonianze.
Aperta dall’assessore Alessandro Panico, sul significato del permanente impegno della città “in una storia di resistenza nella quale fu parte in modo articolato anche il Mezzogiorno d’Italia”, la tavola rotonda ha avuto nel presidente della Fondazione Nitti, il prof. Stefano Rolando, un inquadramento del concetto stesso di Amendola della “resistenza lunga” senza la quale – ha detto – “l’Italia avrebbe avuto la stessa umiliazione imposta dagli americani a Germania e Giappone di vedere imposta una costituzione per la discontinuità, mentre all’Italia – grazie a quelle continuate vicende di opposizione interna – fu riconosciuto il diritto di una libera Costituente e di una libera Costituzione”.
Al centro della discussione, dopo l’intervento di Giovanni Amendola, il contributo degli storici.
Antonio Carioti (Corriere della Sera) è intervenuto presentando brillantemente i tratti della biografia di Amendola che costituiscono la trama del suo saggio “L’uomo che sfidò Mussolini” edito da Latera e Donato Verrastro, storico contemporaneista e prorettore dell’Università della Basilicata, che ha concluso i lavori, seguiti fino all’ultimo minuto dall’intera sala gremita del Centro Nitti, presenti anche gli ex sindaci Giuseppe Brescia e Livio Valvano – a sua volta è stato portatore di documentazione inedita e di una lettura “del pensero, dell’opera e della determinazione politica di una figura tuttora illuminante tra coloro che hanno pensato al futuro dell’Italia, prima ancora delle ideologie e degli interessi di partito”.

































