A Venosa bellissimo incontro per questi studenti con la “mamma coraggio” Olimpia che lotta da anni per la giustizia. I dettagli

Pochi giorni fa gli studenti del liceo ‘’Quinto Orazio Flacco’’ di Venosa hanno avuto il piacere di incontrare Olimpia Orioli, mamma di Luca, morto assieme a Marisosa Andreotta nel marzo del 1988 a Policoro, in circostanze mai chiarite.

L’incontro è stato promosso dal presidio di Libera Vulture Alto Bradano.

Così l’associazione Libera Basilicata:

“La ricerca di verità e giustizia che ha caratterizzato tutta la vita di mamma Olimpia dopo la morte di suo figlio si incrocia spesso con gli sguardi, le inquietudini e i sogni di tanti giovani.

E da questi incontri nasce la bellezza del confronto, dello scambio di vite, dell’arricchimento reciproco tra chi ha visto strappato il suo giovane fiore in maniera emotivamente inenarrabile e chi, quella giovinezza, la vive.

Per questo siamo felici di poter condividere con voi una lettera aperta scritta da mamma Olimpia e dedicata proprio a loro: a quelle ragazze e a quei ragazzi chiamati ad essere l’Umanità di domani.
Olimpia Orioli

LETTERA APERTA AI MIEI NUMEROSI LUCA

A voi che vi affacciate alla vita, immaginandola tutta fiorita di cieli infiniti, d’eterni bagliori, d’Amore immortale, di sogni incantati che il tempo attuale tende a sbiadire. Non vi arrendete.

Difendeteli strenuamente.

Sono la parte migliore della vostra preziosa esistenza.

Ciascuno di voi è un VALORE inestimabile, è unico e irripetibile e tutti insieme saremmo una forza in grado di far resistenza al male che avanza con l’arroganza della violenza confusa per forza. Saperlo è importante.

Volerlo è determinante perché ogni sogno si realizzi e vi realizzi.

Non c’è altro modo per essere felici se non divenire coraggiosamente se stessi rimanendo ancorati alla propria bellezza e sapienza interiore che tutti accomuna, amando il Bene di tutti e di ognuno.

A voi che ancora sognate, sperate, aspettate che il sogno segreto del vostro tenero cuore si avveri, io dico con forza e determinazione, sapendo di volere fortemente il vostro bene, di non disperdere le vostre risorse ed energie a cercare fuori quello che invece è dentro ciascuno di voi.

Ognuno, se sa cosa vuole, cerca e trova dentro di sé ciò che serve per poterlo realizzare.

A voi che cercate un Senso da dare alla vostra esistenza e vi smarrite nei labirintici sordi e ciechi silenzi devianti del mondo.

A voi che vi sentite persi, confusi e smarriti fra le mille fragilità, le infinite attese, le tante speranze deluse e i mille brancolamenti.

A voi che perplessi, stupiti, spauriti, impietriti o rassegnati, affranti, delusi, ignorati, non ascoltati, non accolti, non amati, a voi che vi aggirate fra le mostruosità dilaganti dintorno che uccidono il mondo, la terra, la vita sotto gli occhi impotenti di sordi e ciechi governi.

A voi che assistete impotenti allo sgretolamento di quei Valori universali affratellanti.

Non abbiate paura dell’aratro che rende feconda ogni zolla.

Abbiate il coraggio di estrarre dal fondo le lame che vi hanno trafitto. Asciugate il dolore del sangue aggrumato che manderebbe in cancrena l’Amore, il perdono e la vostra stessa vita.

Non lasciatevi degenerare, deviare, depistare, decentrare da voi stessi e dal sogno immortale ch’è dentro ogni essere umano.

Io vivendo, soffrendo, accettando, accogliendo, esplorando il dolore ho imparato a seguire l’esempio del seme che muore a se stesso per rinascere spiga, ad accettare d’essere macinata per divenire farina, d’essere poi impastata, infornata e masticata per essere fonte di vita.

Ed eccomi qui accanto a voi a difendere i vostri sogni, a condividere i vostri passi verso voi stessi, la vita, il mondo, a difendere il vostro diritto d’essere al mondo promotori di vita, di Amore e di forza rampante che scoraggi ogni guerra.

Accettando, esplorando il dolore e offrendolo, ho imparato a portare il cielo stellato nell’abisso sterrato e ho vinto la morte, il buio, il dolore e la paura di non riuscirvi.

Ho perso tutto, ma non ho perso me stessa.

Ho imparato, sprofondando nella solitudine più amara che:

• Il dolore è coraggio.

• Il dolore è forza.

• Il dolore è Amore.

• Il dolore è nutrimento dell’anima.

• Il dolore è perdono e il perdono è libertà da tutti i possibili risentimenti che nuocciono solo a chi li prova.

• Il dolore mi ha aiutata a vedere quanto io fossi più felice di chi mi fa tanto ancora soffrire. Gli offensori, in fondo, sono anime in pena che attendono Amore e perdono per rinsavire dalla cancrena che ammorba i loro cuori e li tiene in catena.

• Ho imparato a pregare con la mia vita offrendo ogni mio più acerbo dolore per il bene di chi è riuscito soltanto finora a fare del male facendosi male.

Ho imparato che quanto più il dolore è disumano tanto più è sovrumano ciò che esso fa invece scoprire.

Ho scoperto che il doloroso tragitto del trafitto è divenuto per me canale di Luce.

Vi assicuro che quel che si prova è pienezza e bellezza profondamente appagante ed elevante che dà Senso alla mia vita terrena, e grinta, in essa, al germoglio divino.

Affrettandomi lentamente a sprofondare nei meandri più scuri del mio abissale buio interiore, ascoltando tutti i suoi infiniti rantoli e vagiti, ho imparato l’arte di scavare instancabilmente, di scovare tutti i dettagli d’anima, cuore e mente, di scalare l’abisso sterrato e tenebroso per avere contezza della mia forza, confrontandomi con gli ostacoli.

È lì che ho ritrovato me stessa, gli altri, il mondo, la vita.

Attraverso quel foro di trafittura Dio si è incarnato in me, divenuta sua zolla feconda.

Da mille gioie, prima, non ho imparato mai nulla. Da questo dolore disumano ho imparato a guardare oltre il mio misero orticello. Ho compreso che la morte è grembo di Vita, è porta del Cielo.

Leggendo Il gabbiano di Jonathan, ascoltando i vuoti silenzi del mondo, ho scoperto anch’io come lui la grande voglia di varcare la soglia della pochezza che mi obbligava a rimanere ingabbiata per sempre nel rovente serraglio di un dolore senza fine.

Lì ho capito che l’Amore e il dolore erano la mia unica moneta da spendere perché potesse moltiplicare il suo valore.

E come il gabbiano di Jonathan ho cercato di volare più in alto del mio orticello, scoprendo praticamente che il coraggio era un raggio del mio cuore ed è ciò che mi ha portata oltre le nubi dove il sole non teme tramonti.

E l’attimo inerte ha trovato la forza di replicarsi all’infinito abolendo così in me il timore della morte e del dolore.

Ascoltando il silenzio e abbracciando la solitudine, ho imparato a dipingere e a scolpire nell’anima, i miei mille arcobaleni, dove incontro il mio Luca e con lui anche tutti voi.

So che quando lo potrò abbracciare mi esprimerà il suo pieno compiacimento per non aver fatto morire il suo Amore e aver reso universale il mio Amore materno.

Buona vita a tutti voi. Non sentitevi mai soli.

Ognuno scoprendo il suo vero Sé sarà per tutti un saldo punto di riferimento valoriale”.