Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa dell’On. Arnaldo Lomuti:
“Dal primo settembre i cittadini lucani non esenti pagheranno 2,50 euro per ogni ricetta della farmaceutica convenzionata.
Presenterò un’interrogazione al Ministro della Salute, perché quello che accade in Basilicata non è un incidente amministrativo locale: è il punto di caduta di una scelta nazionale che nessuno ha voluto spiegare ai cittadini.
I fatti sono questi. Dal 2024 il tetto della spesa farmaceutica convenzionata — quella dei farmaci che si ritirano in farmacia, sotto casa — è stato ridotto al 6,80 per cento del fabbisogno sanitario, mentre il tetto della spesa per acquisti diretti, cioè i farmaci comprati dalle aziende sanitarie, è stato portato all’8,50. Si è stretto il canale di prossimità e si è allargato quello ospedaliero.
Le Regioni piccole, anziane e con molte aree interne, dove la farmacia è spesso l’unico presidio sanitario a portata di mano, sono quelle che quel canale lo usano di più: la Basilicata ha il consumo di ricette pro capite più alto d’Italia, con quasi sette milioni di ricette in un anno per poco più di mezzo milione di abitanti, e un costo medio per ricetta inferiore alla media nazionale.
Non prescriviamo farmaci più cari: siamo semplicemente più vecchi e più malati.
Un tetto costruito su quella percentuale, e un ticket calcolato sulla singola ricetta anziché sul valore della terapia, colpiscono esattamente questo. C’è poi una simmetria che va detta con chiarezza.
Secondo il monitoraggio AIFA sulla spesa 2025, in Basilicata la convenzionata supera il tetto per circa otto milioni di euro, mentre gli acquisti diretti lo superano per oltre quarantaquattro: cinque volte e mezzo tanto.
A livello nazionale lo sfondamento sugli acquisti diretti sfiora i cinque miliardi.
Ma lo sfondamento di quel comparto viene ripianato con il payback a carico delle aziende farmaceutiche, mentre per la convenzionata la norma consente alle Regioni di rivalersi sui cittadini con una compartecipazione.
È questa asimmetria che sto portando in Parlamento: il sistema chiede all’industria di contribuire dove sfora di più, e chiede al pensionato lucano di contribuire dove sfora di meno.
Detto questo, la Regione Basilicata non ha alcun alibi.
Nessuna norma nazionale le imponeva questo importo, né questa data.
La stessa Giunta aveva azzerato il ticket fisso il primo settembre 2020 con la delibera 496 e lo reintroduce oggi, sei anni esatti dopo, dopo aver già coperto 54 milioni di disavanzo sanitario 2025 attingendo per 21 milioni al bonus gas: prima le risorse pensate per le bollette delle famiglie, ora le tasche dei malati.
E lo fa in una regione che il monitoraggio ministeriale dei livelli essenziali di assistenza per il 2023 dichiara inadempiente proprio sull’assistenza distrettuale, con un punteggio di 52 su una soglia di sufficienza di 60, e dove secondo l’audizione Istat alla Camera del 2026 il 28,6 per cento dei ricoveri avviene fuori regione, percentuale seconda soltanto a quella del Molise.
Chi governa a Roma e chi governa a Potenza appartengono alla stessa maggioranza: non possono rimpallarsi la responsabilità di una misura che nasce da una scelta nazionale e viene resa esecutiva da una scelta regionale.
Con l’interrogazione chiederò al Ministro se ritenga compatibile con il diritto alla salute un meccanismo di tetti che penalizza sistematicamente le Regioni a più alta anzianità e a maggiore dispersione territoriale, e se intenda intervenire perché nei criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale la struttura demografica pesi davvero, e non simbolicamente.
Il diritto alla salute non può dipendere dall’età media della regione in cui si nasce”.

































