Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa della Fials Basilicata:
“La Delegazione Fials ha partecipato all’incontro tenutosi in regione venerdì 19 Giugno 2026 ha espresso con una nota il proprio pensiero critico e costruttivo sulla riforma della Medicina Territoriale avviato in Basilicata.
Le forbici hanno tagliato i nastri, le targhe sono state scoperte e le nuove Case della Comunità, gli Ospedali di Comunità e le Centrali Operative Territoriali sono entrati ufficialmente nella geografia della sanità lucana.
È il risultato più visibile della riforma prevista dal PNRR e dal DM 77, un investimento senza precedenti destinato a cambiare il volto dell’assistenza sanitaria. Ma una domanda resta inevitabile: la medicina territoriale in Basilicata è davvero partita oppure si è fermata all’inaugurazione degli edifici?
È questa la riflessione che emerge dalla posizione assunta dalla Fials Basilicata, che nella nota consegnata all’Assessorato regionale e nel documento politico elaborato per il confronto sulla riforma riconosce il valore degli investimenti e delle strutture realizzate, ma denuncia come la parte più difficile debba ancora iniziare.
Per il sindacato il problema non è aver costruito le Case della Comunità o gli Ospedali di Comunità.
Il problema è ciò che accade dopo il taglio del nastro.
Perché una struttura sanitaria non diventa automaticamente un servizio.
Servono personale, modelli organizzativi, percorsi assistenziali, formazione specifica e un sistema capace di integrare ospedale, territorio e servizi sociali.
In assenza di questi elementi, il rischio concreto è quello di creare contenitori nuovi con modalità di lavoro vecchie.
La riforma disegnata dal DM 77, infatti, non si limita a prevedere nuovi edifici. Introduce un cambiamento profondo nel modo di intendere la sanità.
La Casa della Comunità non dovrebbe essere un semplice poliambulatorio con una denominazione diversa, ma il punto di riferimento unico per la salute di un intero territorio, dove medici di medicina generale, infermieri di famiglia e comunità, specialisti, assistenti sociali e servizi territoriali lavorano in équipe prendendo in carico il cittadino prima che il suo problema diventi un’emergenza.
Lo stesso vale per gli Ospedali di Comunità, concepiti come il collegamento tra il ricovero ospedaliero e il ritorno al domicilio.
Dovrebbero evitare sia le degenze inutilmente prolungate negli ospedali per acuti sia le dimissioni troppo precoci che spesso riportano i pazienti al Pronto Soccorso dopo pochi giorni.
Ma perché questo modello funzioni occorrono personale dedicato, percorsi definiti, criteri di accesso chiari e un costante collegamento con le Centrali Operative Territoriali e con l’assistenza domiciliare.
Secondo la Fials è proprio su questi aspetti che la Basilicata registra i maggiori ritardi.
Il sindacato denuncia l’assenza di un monitoraggio pubblico sugli organici realmente presenti nelle nuove strutture e propone che ogni Casa e ogni Ospedale di Comunità dispongano di una scheda pubblica che riporti servizi effettivamente attivi, personale assegnato, posti letto funzionanti, orari di apertura e collegamenti operativi con ADI, medici di medicina generale, COT, specialistica e servizi sociali.
Solo attraverso dati trasparenti, sostiene la FIALS, sarà possibile capire se la riforma stia realmente producendo assistenza oppure soltanto nuove sedi.
La questione centrale resta comunque quella del personale.
La medicina territoriale non può nascere semplicemente spostando professionisti da un reparto ospedaliero a una nuova struttura.
Gli infermieri, i medici e gli altri operatori chiamati a lavorare sul territorio devono acquisire competenze diverse, orientate alla presa in carico continuativa del paziente, alla prevenzione, alla gestione della cronicità e al lavoro multidisciplinare. Senza questa preparazione il rischio è quello di chiedere ai professionisti di inventare ogni giorno modelli organizzativi che nessuno ha ancora definito.
La critica investe anche la gestione del reclutamento.
La Fials contesta il cosiddetto corso-concorso regionale per Infermieri di Famiglia e Comunità, ritenendolo una risposta inadeguata a un problema reale.
Secondo il sindacato sarebbe stato necessario partire dalla mobilità interna, valorizzando le competenze già presenti nelle aziende sanitarie lucane, per arrivare successivamente a un concorso regionale unico, costruito attraverso procedure trasparenti e condivise con le organizzazioni sindacali.
Viene inoltre ribadito che l’Infermiere di Famiglia e Comunità rappresenta una funzione specialistica dell’infermiere e non un nuovo profilo professionale autonomo, motivo per cui le procedure di reclutamento dovrebbero rispettare pienamente il quadro normativo vigente.
Ma il documento della Fials va oltre le questioni contrattuali.
Il sindacato richiama la politica regionale a una responsabilità più ampia, ricordando che la Basilicata continua a presentare indicatori sanitari preoccupanti: elevata cronicità, mobilità sanitaria passiva, crescente ricorso alla sanità privata e una speranza di vita in buona salute tra le più basse del Paese.
In questo contesto la medicina territoriale rappresenta probabilmente l’ultima grande occasione per invertire la rotta, ma soltanto se sarà costruita come un sistema integrato e non come una semplice somma di edifici.
Per la Fials la vera sfida non sarà inaugurare nuove strutture, ma farle vivere.
Il successo della riforma non si misurerà dal numero delle Case della Comunità aperte, ma da quanti pazienti cronici saranno realmente presi in carico, da quanti accessi impropri al Pronto Soccorso saranno evitati, da quanti anziani potranno restare nella propria casa grazie a un’assistenza efficace e da quanti professionisti sceglieranno di lavorare nel territorio perché inseriti in un’organizzazione stabile, riconosciuta e sostenibile.
Il messaggio rivolto alla Regione è chiaro. La Fials non chiede di fermare la riforma, ma di completarla. Perché il tempo delle inaugurazioni è ormai alle spalle.
Ora comincia quello, molto più impegnativo, della programmazione, dell’organizzazione e della costruzione di una sanità territoriale capace di trasformare le strutture in servizi e gli investimenti in salute. Solo allora si potrà dire che la riforma della medicina territoriale in Basilicata è davvero iniziata”.


































