Il governo è riuscito a raccogliere altri 130 milioni per abbassare le accise fino al 5 settembre, ma solo sul diesel. E dal 6 settembre?
Palazzo Chigi, fa sapere tgcom24, si è preso del tempo per ragionare in maniera approfondita sul da farsi.
Per ora, l’unica comunicazione da parte del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti parla di “misure selettive sulla base del reddito”.
Ma al contempo tenendo conto delle “esigenze” di chi con il carburante ci lavora.
O comunque lo usa per andare al lavoro. Più di questo, al momento, non è dato sapere, anche se hanno iniziato a circolare diverse opzioni.
Che fosse necessario un cambio di passo dopo il 5 settembre era abbastanza evidente.
Prima la micro-proroga di due giorni del taglio delle accise, poi il nuovo decreto emanato mercoledì 26 agosto in extremis, avevano evidenziato la difficoltà di trovare finanziamenti per coprire il taglio delle accise.
Da marzo ad agosto, le misure per calmierare i prezzi ai distributori sono costati quasi 2 miliardi e mezzo di euro. Impensabile, dopo l’ultimo sforzo, continuare a trovare coperture sufficienti.
Soprattutto se la crisi in Medio Oriente, come pare, non dovesse risolversi in tempi utili e allentare la pressione sui mercati del greggio.
Proprio per questo, la decisione del governo è stata netta: concentrare gli interventi rendendoli più “mirati”, dunque rinunciando a tagli “lineari”. Con l’obiettivo di aiutare al contempo le imprese e i ceti più deboli, come ha spiegato il vicepremier Antonio Tajani.
Per questo una delle idee che sarebbe allo studio del Cdm, secondo quanto scritto da Repubblica, sarebbe il ritorno dei buoni benzina per i redditi più bassi.
Si tratterebbe di bonus – idealmente cartacei o digitali per una maggiore riconoscibilità – erogati ai dipendenti dai datori di lavoro privati, su base volontaria.
Questi “fringe benefit” avrebbero un doppio vantaggio: per il lavoratore sarebbero contributi esentasse, per l’azienda sarebbero invece totalmente deducibili.
Una scelta già adottata nella primavera del 2022 dall’allora presidente del Consiglio Mario Draghi per far fronte all’impennata dei prezzi per il conflitto in Ucraina, e confermata nel 2023 la stessa Giorgia Meloni (sebbene con qualche limitazione in più).
Questa volta il bonus sarebbe esteso anche ai lavoratori autonomi, che potrebbero acquistarlo dai rivenditori con la possibilità di dedurne il costo dalla dichiarazione dei redditi.
Sembra più difficile, come anticipato dal Corriere, il ricorso a un contributo di 80-100 euro da caricare sulla social card “Dedicata a te”, a disposizione di 1,2 milioni di famiglie italiane con Isee fino a 15mila euro.
Secondo diversi esponenti dell’esecutivo, sarebbero troppi i rischi e i dubbi: in primis le possibili truffe, il fatto che poche famiglie in quella fascia di reddito abbiano a disposizione e il timore che a beneficiarne sarebbero soprattutto molti immigrati.
Oltre alle famiglie con il portafoglio più esposto alle fluttuazioni dei prezzi, il governo starebbe pensando di approvare nuove misure per le categorie più colpite dai rincari.
In particolar modo, i settori ad alto consumo di carburante come la logistica e l’autotrasporto.
Al momento è in vigore un credito d’imposta, ma a Palazzo Chigi starebbero pensando di sostituire l’attuale regime con altre misure, da definirsi nei prossimi giorni.
Non è nemmeno ben chiaro se i destinatari saranno solo le aziende di quegli ambiti o se saranno inclusi, ad esempio, i tassisti, i commessi viaggiatori così come i settori della pesca e dell’agricoltura.
Di certo l’obiettivo è quello di frenare sul nascere – e il più efficacemente possibile – l’inflazione, prima che si trasferisca dalle pompe di benzina agli scaffali.

































