L’imposizione di nuovi dazi al 15% da parte dell’amministrazione Trump ha riacceso i timori di aziende e imprenditori italiani.
Se da un lato il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha sottolineato la necessità di “regole condivise” a livello internazionale, il governo Meloni si prepara a rispondere all’egemone americano.
Il vicepremier Antonio Tajani ha convocato infatti, come si apprende da quifinanza, per lunedì una sorta di “task force” con agenzie governative e grandi imprese, afferenti al cosiddetto “Sistema Italia”.
L’obiettivo è essere pronti alla nuova ondata tariffaria proveniente da oltreoceano, come le altre dettata da esigenze politiche più che economiche e non delegata alla sola autorità di Donald Trump.
L’industria del nostro Paese e l’intero comparto del Made in Italy si sono finora dimostrate decisamente resilienti alla guerra commerciale lanciata “a singhiozzi” dagli Stati Uniti.
Il ministro Adolfo Urso ha ribadito le ottime prestazioni dell’export nostrano, che a fine 2025 ha visto crescere i volumi in uscita del 3,3% in generale e addirittura del 7,2% verso gli Usa.
La riunione del Sistema Italia è stato organizzata, ha osservato Tajani, proprio per “fornire alle imprese tutte le informazioni direttamente dal governo affinché possano regolarsi” alla luce della nuova apparente chiusura statunitense.
Le previsioni dell’impatto dei dazi sul Pil nazionale è stato pari allo 0,1% nel 2025 e si spinge fino all’0,5% quest’anno. Uno scenario calcolato tuttavia fino a un giorno prima del nuovo annuncio dell’amministrazione Trump, che ora veicola nuove preoccupazioni.
Secondo il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, le nuove imposte doganali al 15% potrebbero provocare effetti pesanti sull’agroalimentare, con rischio di perdite per oltre un miliardo di euro. “Occorre muoversi come Sistema Paese diversificando i mercati sui quali accompagnare le nostre imprese, soprattutto quelle di piccole dimensioni”, ha evidenziato Confartigianato. Ricordando che il 58% dell’export è fatto dalle pmi, ha aggiunto Confapi.
E mentre si attende le decisioni dell’Ue, a preoccupare è anche la tenuta dell’euro nei confronti del dollaro, rivisto in svalutazione.
Un fattore che, secondo Antonio Tajani, potrebbe incidere come e più dei dazi stessi.
Su questo tema occorre fare una premessa: il presidente americano, da solo, non può decidere praticamente nulla. Il sistema federale Usa è stato costruito in modo da non delegare troppi poteri nelle mani di una sola autorità.
Esistono dunque dei contrappesi alle possibilità del presidente, rappresentati dai cosiddetti apparati. Congresso, Pentagono, Cia, eccetera.
In tal senso capiamo meglio come e perché Corte Suprema e Congresso, ad esempio, abbiano smorzato (e di molto) le guerre commerciali di Donald Trump contro i satelliti americani, Paesi europei e Italia in primis.
Come avevamo anticipato un anno fa, anche l’attuale momento di stanchezza imperiale statunitense offusca la strategia, per restare superpotenza globale Washington deve infatti importare massicciamente.
Detto questo, gli effetti seppur temporanei dei dazi sono reali su molte aziende e soprattutto sui mercati internazionali in termini di fiducia.
Dopo essere stato bloccato dalla Corte Suprema, Trump ha annunciato un nuovo dazio globale del 10% in vigore dal 24 febbraio per i successivi 150 giorni.
Dopo poche ore, il presidente americano ha innalzato la percentuale tariffaria al 15% con effetto immediato.
Il tycoon si è appellato alla Sezione 122 del Trade Act del 1974, che impone limiti all’azione presidenziale che spiegano appieno i numeri attuali.
Il presidente può infatti aumentare i dazi doganali solo al 15% e mantenerli in vigore solo per 150 giorni, a meno che il Congresso non li estenda. Inoltre, i dazi possono essere utilizzati solo per affrontare una serie limitata di questioni, tra cui il deficit commerciale.
Da qui risulta un po’ più facile immaginare cosa cambia effettivamente con questa nuova carrellata di dazi.
Fermo restando che la mossa di Trump non è mai né può essere costituzionalmente definitiva – anzi, viene utilizzata come leva negoziale coi vari Paesi – per l’Unione europea non cambia molto lo scenario.
L’accordo Ue-Usa siglato a luglio 2025 ha stabilito un dazio del 15% sulle esportazioni comunitarie, portando a zero le tariffe doganali sui prodotti industriali statunitensi.
Anche se la sentenza della Corte Suprema dovesse rendere nulla questa intesa, gli europei dovrebbero comunque continuare a pagare la nuova tariffa del 15% imposta da Trump.
Anche Bruxelles ha indetto una riunione consultiva per valutare il da farsi.
Al netto degli effetti paventati, bisognerà attendere qualche settimana per comprendere l’effettiva portata della decisione americana.

































