Il 2026 si apre con un doppio fronte caldo per la sanità pubblica italiana: da un lato il ritorno al centro del dibattito politico della proroga della permanenza in servizio dei medici ospedalieri fino a 72 anni, dall’altro la chiusura, dopo mesi di negoziato, del nuovo accordo per i medici di medicina generale.
La proroga della permanenza in servizio su base volontaria fino a 72 anni per i medici ospedalieri e per i dirigenti sanitari è al vaglio del Parlamento.
La misura, fa sapere quifinanza, riguarda i camici bianchi attualmente in servizio che scelgano di proseguire l’attività lavorativa oltre i limiti ordinari, e non l’impiego di medici già collocati a riposo.
Si tratta di una proroga già prevista nel decreto Milleproroghe dello scorso anno, con scadenza fissata alla fine del 2025.
La norma non è entrata nel testo iniziale attualmente all’esame ma è destinata a essere ripristinata nel corso dell’iter parlamentare attraverso apposito emendamento.
La spinta verso il ripristino della misura arriva dai partiti di maggioranza, che vedono nella proroga uno strumento utile per fronteggiare la carenza di personale sanitario e per contribuire, almeno nel breve periodo, alla riduzione delle liste d’attesa.
Sulla proposta è intervenuta l’Anaao Assomed, principale sindacato dei medici ospedalieri, che ha espresso una posizione di apertura, pur ponendo condizioni precise.
Il sindacato esprime un sì condizionato.
La permanenza in corsia fino a 72 anni deve essere:
- esclusivamente volontaria;
- non deve comportare il mantenimento di ruoli apicali;
- i professionisti più anziani devono svolgere funzioni di tutoraggio senza incidere sulle piante organiche e sulle progressioni di carriera.
Il segretario nazionale Pierino Di Silverio ha messo in guardia dal rischio che il trattenimento in servizio dei colleghi più anziani possa determinare un blocco strutturale delle carriere, alimentando ulteriormente la disaffezione verso la sanità pubblica, già segnata da percorsi professionali lenti e da una valorizzazione giudicata insufficiente delle competenze.
In attesa di una riforma complessiva del Servizio sanitario nazionale, più volte evocata nel dibattito politico e istituzionale, la proroga fino a 72 anni arriva come una misura tampone, che va ad aggiungersi allo stop ai medici gettonisti e alla riforma del test della facoltà di Medicina.
Accanto al tema degli ospedali, ce n’è anche un altro: quello della medicina territoriale.
La convenzione per i circa 60 mila medici di medicina generale rappresenta un punto fermo importante, soprattutto in una fase in cui l’assistenza sul territorio è sempre più sotto pressione.
A mancare all’appello è invece l’Accordo collettivo nazionale per la specialistica ambulatoriale, che coinvolge oltre 20 mila medici e professionisti convenzionati pubblici.
L’accordo, già definito e certificato dalla Corte dei Conti, è stato rinviato dalla Conferenza Stato-Regioni a seguito di una nota del Ministero dell’Economia e del Ragioniere generale dello Stato.
La decisione ha innescato la reazione del Sumai Assoprof, sindacato di categoria degli specialisti ambulatoriali, che ha proclamato lo stato di agitazione.
Secondo il segretario Antonio Magi, il rinvio costituisce un grave segnale di scarsa considerazione istituzionale nei confronti di oltre 20 mila professionisti che continuano quotidianamente a garantire l’erogazione delle prestazioni specialistiche, assicurando ai cittadini servizi essenziali del Servizio sanitario nazionale.
Il sindacato ha inoltre parlato di uno “schiaffo istituzionale” alla Corte dei Conti, che aveva certificato la correttezza dell’Accordo apponendo il cosiddetto bollino blu.
La prossima seduta della Conferenza Stato-Regioni, prevista per l’inizio di febbraio, sarà decisiva.
In assenza di un via libera, il Sumai Assoprof ha annunciato la possibilità di ricorrere a tutte le iniziative sindacali previste dalla legge, compresa l’astensione dal lavoro.

































