Si riapre la partita del condono edilizio come quello di Berlusconi: la mossa del Governo

La maggioranza ci riprova e rispolvera il condono edilizio, dopo il tentativo fallito di inserirlo nella legge di Bilancio 2026.

E stavolta arrivano tre proposte dai tre azionisti di Governo: tra i circa 1.200 emendamenti al decreto Milleproroghe presentati, ne spiccano tre identici nel testo depositati da Fratelli d’Italia (prima firma Imma Vietri), Lega (Gianpiero Zinzi) e Forza Italia (Luigi Patriarca).

I tre emendamenti gemelli fa sapere quifinanza mirano a modificare l’articolo 32 del decreto-legge del 2003, quello che disciplinava il terzo condono edilizio varato dal Governo Berlusconi, affidando alle Regioni il compito di adottare una legge di attuazione della sanatoria.

Questo l’iter parlamentare: prima il vaglio di ammissibilità, poi l’esame e il voto nelle commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera.

Ma il segnale politico c’è ed è chiarissimo, tanto che i tre partiti hanno fatto convergere le forze: l’ipotesi condono resta uno dei desiderata di questa maggioranza.

Il cuore della proposta sta nell’ampliamento della platea degli abusi sanabili.

Secondo il testo, sono “suscettibili di sanatoria edilizia” diverse tipologie di illeciti edilizi, estendendo la possibilità di regolarizzazione ben oltre quanto consentito finora. Un emendamento sul condono edilizio era già stato presentato a novembre nell’ambito della Manovra.

Rientrerebbero nella sanatoria:

  • le opere realizzate in assenza o in difformità dal titolo abilitativo edilizio sia conformi che non conformi alle norme urbanistiche;
  • gli interventi di ristrutturazione eseguiti senza titolo;
  • le opere di restauro e risanamento conservativo prive di autorizzazione;
  • gli interventi non valutabili in termini di superficie o volume.

In concreto la misura potrebbe riguardare una vasta casistica di abusi diffusi.

Ad esempio:

  • verande chiuse senza permesso;
  • porticati trasformati in spazi abitabili;
  • tettoie;
  • ampliamenti minori;
  • lavori interni realizzati senza le necessarie pratiche edilizie;
  • eccetera.

Il tutto sull’intero territorio nazionale a condizione che gli abusi non rientrino nei “casi di insuscettibilità assoluta di sanatoria”.

Una specifica attenzione viene riservata alle costruzioni in zona sismica: la sanatoria resterebbe subordinata alla conformità alle norme tecniche antisismiche, sia al momento della realizzazione dell’opera sia al momento del rilascio del titolo in sanatoria.

Ma attenzione: anche in caso dovessero passare, gli emendamenti non riaprirebbero automaticamente il condono edilizio, ma tracciano una cornice normativa generale.

Spetterà poi alle Regioni, entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge, adottare una propria legge di attuazione per definire “possibilità, condizioni e modalità” di accesso alla sanatoria.

E qui scatta il grimaldello elettorale: per coerenza e disciplina di coalizione, le Regioni amministrate dal centro-sinistra, in teoria, dovrebbero rifiutarsi di dare corpo al condono mentre quelle di centro-destra avrebbero via libera. Le opposizioni sono sul piede di guerra.

Il terzo condono edilizio già ripresentato in Manovra consentiva di sanare abusi realizzati entro il 31 marzo 2003, ma con limiti stringenti.

Erano ammissibili solo le opere realizzate prima dell’imposizione di vincoli e conformi alle prescrizioni urbanistiche.

Nelle aree vincolate, la sanatoria era consentita esclusivamente per interventi di restauro, risanamento conservativo o manutenzione straordinaria, senza aumento di superficie.

Restavano invece esclusi:

  • gli abusi in aree sottoposte a vincoli di inedificabilità assoluta (paesaggistici, ambientali, idrogeologici, storici);
  • le opere non conformi ai vincoli o prive delle necessarie autorizzazioni;
  • gli immobili con condanne penali gravi;
  • le costruzioni non adeguabili alle norme antisismiche;
  • gli immobili già oggetto di precedenti sanatorie.

Anche nelle ipotesi ammissibili, per le zone vincolate era comunque necessario il parere favorevole dell’autorità competente. La nuova proposta si richiama formalmente a quel quadro ma, come detto, lascia l’ultima parola alle Regioni.